Musica e parole. Recensione libro “La Farfalla d’Ombra” di Yali Ou Ametistha.

 

«Santa Cleopatra gravida di scimmie impenitenti!»

 

 

 

Una delle tante cose che mi ha insegnato la lettura è che tutti i libri hanno almeno un pregio e un difetto. 

Mi sono imbattuta in poche eccezioni che confermano la regola e una di queste è rappresentata da “La Farfalla d’Ombra”. Non mi dilungherò sulla trama, preferisco farvi assaporare il libro come fosse una pietanza della quale tralasciare i dettagli della preparazione, per andare dritti alle sensazioni che lascia al palato.

“La Farfalla d’Ombra” è un viaggio al quale ci si affeziona, un vortice che rapisce e che fa fare su e giù attraverso Yalihta (la protagonista) e le sue vicende. Immaginate di essere giornalisti chiamati a entrare nella dimora di un’anziana signora, per ascoltare la sua vita straordinaria. E come nella realtà, fatta di persone diverse tra loro, di atteggiamenti che le distinguono, in questo libro la caratterizzazione dei personaggi è così accurata, da far credere al lettore di essere parte della storia. E a questo proposito, a mio avviso, uno dei punti forti de “La Farfalla d’Ombra” sono proprio i dialoghi. Ben costruiti, tremendamente realistici e scritti con la maestria di chi sa usare bene la penna. 

Un dettaglio che desidero portare alla luce è la poetica. Ogni frase è musica, ogni parola è accostata all’altra come note su uno spartito. “La Farfalla d’Ombra” va letto con la dovuta calma, magari davanti al camino, con le cuffie infilate nelle orecchie e le canzoni suggerite dalla stessa autrice ad accompagnare la lettura. Non si può fare altrimenti per goderne a pieno.

 

“La sua voce era cambiata; l’intonazione era profonda ora, priva del suono metallico, e questo la fece aleggiare fievole come il respiro di un neonato. Lo sguardo sbiancato scorse gentile le mie forme. Poi risalì scrutandomi gli occhi. Poche parole che lo riportarono al silenzio, in palese attesa di una mia risposta. Io sbiancai di colpo nell’udire la sua nomea, più di quanto non lo fossi già, e l’inquietudine ora sorniona si fece strada in me, in un esponenziale crescendo.”

Le pause sono ben cadenzate, i particolari inseriti nel posto giusto; cerco un difetto, ma non lo trovo. Non riesco a definire difetto nemmeno le parentesi lasciate aperte, perché nonostante per chiuderle sia necessario aspettare, l’attesa non è logorante: l’epilogo dei filoni più importanti è riuscito a soddisfare le mie aspettative. Proprio come una pietanza dal gusto speciale messa nel piatto con il misurino: ne vuoi ancora, ma il suo sapore appaga l’attesa del momento in cui potrai goderne di nuovo.

 

Voto: 9/10 

 

Messaggio all’autrice: Quando Yalihta porta con sé l’altalena, avrei voluto essere accanto a lei per dirle «Ti capisco».

Raccomandato a chi ha letto e amato: “Accabadora” di Michela Murgia e “Intervista col vampiro” di Anne Rice.

 

Alla prossima,

la vostra Bulla 

   

 

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